Ma è vero che…”la balistica tutto è meno che una scienza esatta”?
Questa è una delle frasi “assolute” che leggiamo talvolta. Di verità assolute credo che ce ne siano poche, forse lo sono solo i Dieci Comandamenti. Tutte le altre sono “parzialmente vere”. Anche questa affermazione sulla balistica “scienza inesatta” è vera, ma solo al 50% . Per questo vorrei “riaggiungere” (perché ne abbiamo parlato più volte) il secondo 50%. In particolare in un forum dove la balistica, e la sua conoscenza, riveste una particolare importanza se non altro per cercare di capire determinate conseguenze in caso di determinate scelte. Per questo motivo, mi distolgo un attimo dal lavoro che sto preparando, vorrei completare la citata affermazione al fine di evitare che si ingenerino leggende metropolitane tra i lettori più giovani e meno preparati. La balistica è una scienza inesatta quando non la si applica correttamente “all’interno” o se, una volta lasciata la volata, intervengono agenti “terzi” imprevisti a modificare gli studi effettuati. Cosa intendo significare. Nel tiro, sia esso di precisione o di caccia, tutto quello che facciamo è governato dalla balistica, scienza che trova fondamento in specifiche leggi chimico-fisiche, meccaniche, geometriche ed altre. Questa scienza è divisa in quattro branche fondamentali, come tutti sappiamo. La balistica interna, seguita da quella intermedia alla quale succede quella esterna per arrivare alla terminale sono tutte diverse tra loro ma governate da leggi ben precise ed esatte. Questo è il primo 50%. L’inesattezza, secondo 50%, entra in gioco per colpa dell’uomo tiratore (balistica interna ed esterna), del fluido attraversato (essenzialmente intermedia ed esterna) del bersaglio colpito (terminale). In questo secondo 50% oltre ad un “mea culpa” dovuto ad errori umani “interni” (quelli che si verificano prima che la pallottola abbandoni la volata) si devono anche considerare le “variabili esterne” (già oggetto di ampie discussioni e trattazioni in tutte le salse in vari argomenti di “armi a canna rigata”) solo parzialmente prevedibili durante il volo della pallottola o del proietto e decisamente poco prevedibili negli effetti terminali soprattutto su bersagli viventi. Non entro nel merito di ognuna delle singole “balistiche”, sarebbe un logorroico ripetere di nozioni ben note e già riportate. Tenevo a precisare questa differenziazione per rispetto, in particolare, nei confronti di tutti quei ricercatori italiani come il Siacci o il Cavalli o il Bianchi che insieme a russi, americani, francesi ed altri hanno dedicato la loro vita allo studio della balistica tra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Anzi, l’origine dello studio della balistica risale proprio ad un italiano, al Tartaglia che iniziò ad elaborare le basi di questa scienza nel 1500, riprese poi da Galilei e da Newton e poi tanti altri fino ai citati ufficiali italiani di artiglieria oltre che ingegneri e docenti di balistica. Le loro equazioni sul coefficiente di forma, parte integrante del coefficiente balistico, sul moto dei proiettili e sulla loro stabilità per la balistica esterna, le loro applicazioni nella balistica interna delle leggi termodinamiche (nelle applicazioni civili) e idrodinamiche (nelle applicazioni militari) sono ancora la base per i moderni studi. Per esempio, in balistica esterna, l’equazione fondamentale della traiettoria (in assenza della resistenza del fluido) è sempre questa y = xtgα – (g / 2Vo2 cos2α)x2. Non è mai cambiata. Oppure l’equazione della velocità di combustione de/dt = β( p/po)α. È sempre quella che si basa sulla legge di Vieille. Su queste equazioni si sviluppano programmi balistici, oppure vengono elaborate tabelle sulle caratteristiche delle polveri, degli inneschi in termini di pressioni e tempi (come quelle riportate dal manuale Norma, di cui ho avuto copia dalla collezione di manuali di Antonio, per quanto si cerchi di ignorarli i manuali servono sempre). È proprio sulla base di questi fondamenti scientifici che il QL, per esempio, può affermare che per il rilascio di una palla dal colletto (pull-out) servono da 0 a 500 psi. Questo a seconda della forza di crimpatura. Oppure che si devono aggiungere qualche migliaio di psi, a quelli necessari per la “normale” forza di intaglio che varia in relazione al tipo di materiale, se la palla è a contatto delle righe. Questo non per grazia ricevuta ma solo per gli studi effettuati da Sebert. I valori da utilizzare nei calcoli che ricorrono al cosiddetto “fattore di Sebert” sono fuori dalla portata dei normali utilizzatori. È sempre grazie all’informatica se oggi gli studi di questi ricercatori possono consentire di effettuare calcoli e prevedere risultati e di diventare tutti “professori”, me compreso. Ma qui entra in gioco l’errore umano. Anche se i programmi negli elaboratori consentono di non affrontare i passaggi delle chilometriche equazioni e annullano i rischi di errori durante il loro sviluppo, non è garantito il risultato se i dati iniziali inseriti sono incorretti o approssimativi o se ne ignora il significato o la ragione. È chiaro che, a questo punto, si giunge alla soluzione giusta solo per “sbattimenti di testa successivi” e facendo “mea culpa” ad ogni errore accertato. È normale, è ovvio che sia così ed è anche giusto, altrimenti come si fa ad imparare per salire poi in cattedra? Non si nasce mica “imparati”. A titolo di esempio ricordo un tiratore conosciuto anni fa durante una gara che si lamentava che il suo fucile (peraltro costoso per l’epoca, circa 5000 euro nel 2006) aveva un passo di rigatura che non stabilizzava bene la pallottola da 155gr HPBT che, secondo la casa, era il peso idoneo da impiegare. Se quel tiratore avesse studiato bene il primo 50% della balistica avrebbe recriminato meno e forse, anzi sicuramente, non si sarebbe perso nel secondo 50%. Il poveretto ignorava che le case costruttrici di pallottole da 155gr (che lavorano sulla base di studi balistici, ricordate la famosa equazione dei 6 gradi di libertà?) producono diversi tipi di HPBT identici nel peso ma diversi nella lunghezza e nella forma nel rispetto dei risultati di Sg della formula di Greenhill poi modificata da Miller. Sicuramente il possessore di quel fucile si sarà potuto permettere qualche migliaio di colpi e avrà, alla fine, trovato la pallottola giusta prima di cambiare la canna oppure avrà addossato al fucile la colpa dei suoi errori per cambiarlo con un altro. Morale della favola, anche nella balistica, come in tutte le cose dove gli umani ci mettono lo zampino, non esistono solo il nero od il bianco, ma una infinita varietà di grigi…come, per esempio, i valori della crimpatura di un colletto. Sarò lieto di riprendere o approfondire questi discorsi sulla balistica ma dopo il 19 p.v. A presto. Un cordiale saluto, Silvio
