IL FUCILE DI NONNO FILIPPO

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IL FUCILE DI NONNO FILIPPO

Messaggioda JK6 » 3 apr 2016, 12:26

Visto che l'amico Pieffe50 voleva leggere un altro dei miei racconti, eccolo accontentato. : Thumbup :
Spero non sia il solo..... :

Il mio carissimo e indimenticabile genitore che, dal maggio ’74, caccia (almeno lo spero) nei boschi e nelle pianure di proprietà “dell’Amico dell’ultimo piano” (l’amico Peuceta, mi consenta la citazione), durante il suo poco tempo libero, amava cacciare la lepre (dall’apertura a fine Ottobre) ed i tordi (per il resto della stagione) sugli altipiani e sulle pendici del mio amatissimo Aspromonte, che d’aspro ha solo…il nome!
Accortosi subito, fin da quand’ero bambino, che mostravo interesse per le armi da caccia, mi raccontò del fucile di nonno Filippo (suo padre) come di un’arma fine di fabbricazione straniera, capace d’abbattere lepri e tordi a distanze impensabili. Fucile del quale s’erano perse le tracce durante la II Guerra Mondiale, quando il nonno, per non consegnarlo alla locale stazione Carabinieri, destinatari dell’ordine del Duce di requisire tutte le armi ai civili (?), così come tanti altri cacciatori del tempo, lo nascose in un posto segreto.
Per amor del vero questa storia della requisizione, nonostante varie ricerche, non l’ho trovata scritta da nessuna parte; ragione per la quale credo che mio padre ricordasse male o che, magari, fosse stata solo una fobia del nonno.
Lasciando da parte quale sia stato il vero motivo, sta di fatto che Il nonno, effettivamente, nascose il fucile senza dire neanche ai familiari dove. Secondo mio padre, il nonno riteneva (ed a ragione, dico io) che non si potesse dire ciò che non si sapeva, neanche sotto tortura. Questa sua ‘arguzia paesana’ ha salvato il fucile da chissà quale paventata disgrazia, ma ha privato mio padre dalla gioia di poterlo usare a guerra finita, perché poco prima dell’armistizio il nonno fu colpito da trombosi e, purtroppo, rimase costretto a letto senza più l’uso della parola. A detta di mio padre, finita la guerra, ogni tentativo di fargli rivelare il luogo del nascondiglio risultò vano! Anzi, bastava che si toccasse il tasto “ddubotti” (leggasi fucile) perché s’agitasse; sicchè, per tenerlo tranquillo, non l’aveva più interpellato. La sua esistenza cessò nel 1953, quando avevo appena 2 anni, portando con sé nella tomba il segreto del nascondiglio.
Passarono gli anni e la mia curiosità di ragazzo che non aveva avuto la fortuna di conoscere neanche un solo nonno, m’induceva a chiedere a mio padre del suo genitore, di cosa facesse, quale personalità avesse; ed, essendo sempre affascinato dalle armi lunghe da caccia, il discorso cadeva puntualmente sul famoso fucile. Subissato dalle mie richieste, un giorno che eravamo a caccia nel capanno temporaneo (fatto di frasche) ad aspettare che si facesse ‘ora giusta’ per il rientro dei tordi, al mio ennesimo tentativo rispose: “Non so a cosa ti servirà quanto sto per dirti ma, promettimi che in futuro non tornerai sull’argomento”. Giurai che non l’avrei più assillato e lui raccontò.
Negli anni ’30, il nonno era stato il fattore del signor Vernì (casato di spicco del paese), ottima persona, dotato d’ottima mira, possessore di parecchi blasonati fucili da caccia. Costui sapeva bene che il mio antenato aveva un debole per la venagione e che, appena possibile, abbatteva qualche tordo col cal. 20 ad avancarica che le modeste possibilità gli consentivano. Un giorno quel signore, soffermatosi col nonno per programmare l’imminente raccolta delle olive, promise che se l’annata olearia fosse risultata tanto propizia come sembrava, gli avrebbe fatto un regalo indubbiamente gradito.
Il nonno lo ringraziò della generosità e del pensiero; lungi dall’immaginare di cosa si sarebbe potuto trattare, pensò al denaro. A fine annata, eccezionale per qualità e quantità, fatti i conti del frantoio (oggi si parlerebbe di bilancio aziendale), retribuì il nonno, manifestò la sua soddisfazione e si disse pronto ad onorare le promessa fatta. Lo pregò d’attenderlo nello studio, s’allontanò e poco dopo tornò con una doppietta nuova fiammante a retrocarica, cani esterni, cal. 16 ed una cartucciera nuova, piena di cartucce. Gli porse il tutto dicendo che con quel fucile sarebbe stato più lesto nel ricaricare ed in condizione d’abbattere più tordi di quanto potesse col pur valido avancarica. Allibito, quel brav’uomo stentò a trovare le parole per esprimere la gratitudine e la contentezza che provava. Si servì per molti anni di quella doppietta, con orgoglio e la soddisfazione di pingui carnieri. Essendo solito badare al sodo, non gli importava da quale Paese fosse stato importato ma, che il ‘dubotti’ onorasse la sua funzione nel migliore dei modi.
Con l’avvento della II Guerra Mondiale, continuò mio padre, il nonno nascose quel fucile e da allora se ne è persa ogni traccia. A guerra finita, egli lo cercò vanamente, per molto tempo, nei posti più impensati; finì con l’abbandonare ogni altro tentativo concludendo che potesse essere sotterrato chissà dove, che fosse come individuare il classico ago nel pagliaio.
Sono cresciuto mantenendo la promessa di non interpellarlo più su quella doppietta ma, col desiderio di recuperare tutto quanto appartenuto all’unico nonno vivente quando nacqui, del quale ho il nome. Di lui conservo un ricordo molto vago di quando, da bambino, lo vedevo a letto infermo o, forse, si tratta del frutto della mia immaginazione attivata dai racconti di mia madre. Mi sento legato da un filo invisibile a quell’uomo che non potè fare il nonno, probabile ragione per la quale ho sempre cercato i suoi oggetti, una sorta di compensazione al contatto fisico mancato quand’era in vita. Amo recuperare le sue cose per custodirle gelosamente fra quelle cui più tengo: i suoi occhiali, la sua cartuccera, una sua foto e, da qualche anno, la sua ultima licenza di caccia, ritrovata per caso in fondo al cassetto d’un vecchio mobile di famiglia che ho fatto restaurare.
Circa vent’anni fa la mia anziana madre, conscia dell’età avanzata, intuendo che gli anni che le restavano da vivere non erano poi tanti, mi chiamò al telefono per dirmi che se ne avessi avuto ancora desiderio avrei potuto far eseguire i lavori di sistemazione della casa paterna che lei ancora impegnava. La cosa mi sembrò strana perché per circa dieci anni glielo avevo chiesto e ricevuto sempre la stessa risposta: “quando chiuderò gli occhi, farai quello che vorrai”. Dato che ero in Lombardia e lei in Calabria, le chiesi se fosse in buona salute; mi rassicurò e spiegò d’aver solo pensato che, se avessi voluto, sarebbe stato il momento giusto per farlo. Preparati tutti gli incartamenti necessari, affidai i lavori ad un amico costruttore del posto, concordando d’effettuarli in Giugno, quando avrei potuto fruire d’un periodo di ferie sufficiente per seguire la maggior parte dell’intervento. Durante la rimozione del tetto, necessaria per sopraelevare i muri perimetrali, un operaio chiamò a gran voce l’imprenditore, intento a valutare con me le modalità dell’intervento di impermeabilizzazione. Accorremmo e lo vedemmo seduto su una vecchia trave di legno, pallido e preoccupato, indicarci uno squarcio nel muro dicendo che c’era qualcosa di strano, forse un morto in un sacco. Incuriositi, osservammo il sacco incastrato in una nicchia nel muro; toccandolo, sentii che conteneva qualcosa di duro. Feci demolire la restante parte d’intonaco e, mentre cadevano calcinacci, s’andava rafforzando il convincimento d’aver finalmente trovato ciò cui avevo anelato per tanti anni.
Estratto il sacco, lo liberai dai legacci, ne cavai involucri puzzolenti costituiti da maglioni di lana intrisi d’olio rancido e, debitamente smontato, apparve il dubotti di nonno Filippo. Le parti metalliche erano ricoperte d’abbondante, finissima ruggine mista a residui d’olio d’oliva indurito; lo presi per il calcio ma il legno si spappolò, sfarinato dai tarli. Più tardi mi premurai d’asportare la ruggine con della lana d’acciaio grossa, rilevando con sollievo che la stessa era solo superficiale. Indicibilmente felice, apprezzai la funzione svolta dall’olio d’oliva e mi ripromisi di recuperarlo agli ‘antichi splendori’ anche se non potrò farne uso. Fu così che, come nelle belle fiabe, quando avevo ormai abbandonato ogni speranza, il destino non sempre benevolo mi consentì di recuperare del tutto casualmente il bramato dubotti del nonno. Rientrato a casa mia, in provincia di Brescia, mi concentrai nella pulitura di bascula ed esterno canne con paglietta sempre più fine, quindi con tela smeriglio finissima. Non riuscendo ad asportare la ruggine dalle sobrie incisioni eseguite a mano (l’arma era nata fra fine ’800 e primi del ’900), l’affidai ad un pulitore di metalli che lavora per gli armaioli. Il quale, riuscì nel miracolo di recuperarne bascula ed esterno delle canne ad un incredibile nitore. Ciliegina su cotanta torta, ad onta delle vicissitudini patite, l’interno dei tubi era ineccepibile. La consegnai ad una signora di Gardone V.T. che s’occupava di bruniture perché conferisse alle canne quel tono rosso cioccolato che ritenevo dovessero avere da nuove. Per il calcio, mi premurai di trovare un legno parzialmente ‘rigatino’ come si conviene con le armi d’epoca. Purtroppo, non avevo ancora assunto la sana abitudine di fotografare le fasi di restauro di un’arma; mi spiace molto di non averci pensato, di non avere documentazione di come quel ferrovecchio sia ridiventato un oggetto accattivante.
Non so se ascriverlo al fatto di non aver mai potuto abbracciare o parlare con mio nonno, al richiamo del sangue od al mio debole per le armi da caccia ma, quando ho fra le mani il ddubotti che sono riuscito a recuperare a nuova vita, penso alle sensazioni che non ho mai potuto provare, alle tante cacciate che avrebbe potuto fare mio padre avendolo: sì, mi viene un groppo in gola ed a stento riesco a trattenere le lacrime. Un’arma, dunque, pur avendo come fine l’offesa, pur rimanendo un insieme di ferro e legno, nelle mani giuste può essere intesa come portatrice d’una storia, nobilitata dall’ideale collegamento ad una persona cara.
Dedico un lunghissimo abbraccio a mio padre ed a nonno Filippo sperando che, nelle proprietà “dell’Amico dell’ultimo piano” caccino insieme, magari parlando di me e dell’amore che m’hanno trasmesso per la natura e la venagione.
Sto scrivendo queste ultime righe con gli occhi lucidi di commozione; mi sento fiero d’essere cacciatore e capace di questi sentimenti.
Sono certo che i ciarlatani verdastri, i falsi ambientalisti, bravi a predicare amore e rispetto per la natura senza mai tradurli in pratica attuazione, non saranno mai portatori di valori come quelli menzionati.

Grazie per averlo letto, JK6
Pippo

Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, la spiegazione è semplice: o le sue idee non valgono nulla, oppure ... non vale niente lui (EZRA POUND....adattato)!
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